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Pulo

Punto di interesse
VIA RUVO 

Distante circa 2 km da Molfetta, è una dolina naturale a forma di cono rovesciato, con la profondità di 35 m, il diametro superiore di 170 m ed il perimetro di circa 500 m.
Nelle grotte che si aprono sui fianchi sono stati rinvenuti reperti dell'età del bronzo, mentre nei fondi vicini sono emersi resti di villaggi e necropoli recanti testimonianza più antica della cultura neolirica pugliese.
Questi reperti, attualmente custoditi presso il Museo Archeologico dì Bari, risalgono al V millennio a.C. e ci dicono che appartenevano a genti praticante l'allevamento, la coltivazione del suolo e la costruzione di città, ma che verso la fine del XII secolo a.C. abbandonò questo luogo.
Il primo ad interessarsi del Pulo fu l'arciprete Giuseppe Maria Giovene, poi nel 1783 si ebbe una prima relazione da parte dell'abate Fortis, ed in seguito fu visitato da insigni professori tra cui Io Zimmerman, che pubblicò una particolareggiata descrizione dei reperti ossei rinvenuti.
Nel 1868 i professori Cappellini e G. de Luca fecero dei sondaggi e nel congresso di antropologia ed archeologia di Bruxelles nel 1872 vennero alla conclusione, che le grotte del Pulo devono la loro origine a sorgenti termali, che intaccarono e corrosero i calcari cretacei formando grandi cunicoli, e con l'andare del tempo fecero crollare la volta dì questa grande caverna.

La natura del pulo di Molfetta
2011, di Gaetano Sasso

Un gran numero di osservazioni nell'arco di diversi anni ha permesso la raccolta di un'ampia documentazione sulla natura del Pulo di Molfetta. Questo libro offre, in un veste divulgativa, le più attuali conoscenze sull'argomento. L'esposizione parte affrontando il tema della formazione della dolina per giungere alla descrizione della vegetazione e della fauna al suo interno (sia attraverso i testi che centinaia di foto a colori, disegni, mappe). Il volume comprende una guida illustrata delle piante presenti oggi nel Pulo (210 specie di flora vascolare, circa 1/10 di quelle presenti nell'intera regione pugliese), completo di informazioni e mappe sulla loro localizzazione.

INDICE

1) Introduzione
2) La formazione della dolina
3) I nitrati del Pulo
4) La vegetazione del Pulo
5) La fauna del Pulo
6) La preistoria al pulo


1) Introduzione


F. 01. Panoramica verso Est con le pareti nordorientale e sudorientale che si incontrano nella linea più in ombra lungo la direzione del muro del portale d'ingresso.

Il Pulo di Molfetta è una dolina (cavità naturale) di origine carsica. Il suo profilo superiore, di forma sub-ellittica, ha gli assi di 160 e 135 metri, con uno sviluppo totale del perimetro di 600 metri; la sua profondità è di 30 metri con la quota più bassa sul fondo di 6 m s.l.m.
I versanti della dolina si presentano con alte pareti di roccia nei quadranti settentrionali e orientali, mentre in quelli posti a sud e ponente, sono formati da accumuli detritici posti sotto balze rocciose o pareti di pochi metri di altezza.
Il Pulo si apre a meno di 1 km dalla città di Molfetta e da alcuni anni, in seguito ad una serie di interventi di recupero, è diventato un Parco Archeologico e Ambientale. L'importanza del sito è determinata tanto da elementi naturali che storico-archeologici.


F. 02. Panoramica verso Nord. Sullo sfondo la parete nordoccidentale sotto la strada che conduce al piazzale con la cancellata d'ingresso. Sotto le pareti il versante più secco, quindi il fondo. In primo piano cespuglieti di Prugnolo in fiore, Rovo, Edera, Salsapariglia e Asparago pungente.

La dolina rappresenta per via delle sue caratteristiche geo-morfologiche un Monumento naturale: sia per le pareti costellate di grotte e cavità che per la stessa consistenza dell'ammasso roccioso dall'aspetto fortemente degradato per via della fitta stratificazione e fratturazione.
Al suo interno è presente una grande varietà di ambienti. Le scarpate al di sopra del ciglio della cavità, le pareti, gli accumuli detritici alla loro base e il fondo, sono tutte condizioni particolari del substrato sulle quali la diversa quantità di esposizione solare a secondo dei versanti porta a creare differenze microclimatiche che condizionano il tipo di vegetazione. La vegetazione della dolina appare oggi in una fase di rinaturalizzazione caratterizzata da un'alta vitalità dei processi di crescita.


F. 03. Il pianoro a sud della dolina dove furono rinvenuti, all'inizio del '900, i resti del villaggio e della necropoli neolitica.

Il Pulo di Molfetta è conosciuto come il luogo di un importante insediamento neolitico e per la presenza della nitriera borbonica che venne impiantata al suo interno sul finire del '700.
A partire dalla fine del VII – inizio del VI millennio a. C. nei pressi del Pulo si insediò una comunità neolitica di agricoltori e pastori. Per circa 2500 anni questa comunità visse in un villaggio di capanne situato nella zona a sud della dolina occupata oggi da un ampio pianoro; su questa stessa superficie venne fondata una necropoli, probabilmente, nel momento in cui il villaggio venne abbandonato (metà del IV millennio a. C.). Dell'età neolitica esistono un gran numero di testimonianze relative sopratutto alla ceramica prodotta, oltre che parti litiche di utensili e manufatti (in ossidiana e selce). Nelle ceramiche rinvenute, sono di grande interesse le decorazioni che vanno dalla più antica ceramica “impressa” a quelle dipinte, bicromica e tricromica, fino alla più raffinata “ceramica di Serra d'Alto” dell'ultimo periodo.


F. 04. L'impianto della nitriera borbonica adibita alla lisciviazione del salnitro sul fondo del Pulo. In alto l'ex convento dei frati Cappuccini, fondato nel 1536 da Giacomo Paniscotti.

Le testimonianze storiche nella dolina sono rappresentate dalle strutture della nitriera borbonica risalente alla fine del Settecento: sul fondo si rinviene l'impianto per la lisciviazione delle terre e dei frammenti di rocce nitrose, il pozzo e la grande vasca di raccolta dell'acqua piovana; posto più a sud, è situato l'opificio con le fornaci per far precipitare il salnitro dalle soluzioni ricche di nitrati. Il portale d'ingresso e la guardianìa, la colombaia e altre strutture minori sono tutte collegate all'attività estrattiva del salnitro e costruite nello stesso periodo.

INVITO alla VISITA
IL PULO: la dolina, la sua natura, i resti delle strutture della nitriera borbonica.
IL MUSEO DIOCESANO: i reperti preistorici rinvenuti alla fine del '700.

I testi e le foto di questa pagina iniziale e delle sezioni di geologia e natura del pulo sono in buona parte estratti dal volume “La Natura del Pulo di Molfetta”, 2011 di Gaetano Sasso.

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2) La formazione della dolina

Come tutti i fenomeni carsici le doline si formano in seguito all’azione corrosiva esercitata sulla roccia calcarea dall'acqua piovana resa debolmente acida per via dell'anidride carbonica presente nell'atmosfera. In una prima fase nel sottosuolo del luogo dove oggi è situato il Pulo si sono formate delle ampie cavità disposte su diversi livelli; in seguito, per il crollo progressivo di pilastri e volte di queste cavità, si è provocato il collasso dell'edificio calcareo con la formazione di una voragine, meno ampia e più profonda dell'attuale, che è andata via via espandendosi fino alla forma e dimensione odierni.


F. 05. Stratificazione e stato dello sgretolamento della roccia calcarea nell'angolo N della dolina.

La penetrazione, e quindi l'azione corrosiva, delle acque meteoriche è stata favorita dalla fitta stratificazione in senso sub-orizzontale e dalla intensa fratturazione in direzione verticale. Le pareti della dolina difatti presentano un calcare fortemente stratificato con strati spessi per lo più dai 3 ai 30 cm (stratificazione a “chiancarelle”).
Mentre la stratificazione si produce soprattutto nel momento in cui i calcari si formano dalla cementazione dei sedimenti di fanghi nei fondali marini, le fratture sono in gran parte di origine tettonica: durante i movimenti nella crosta terrestre e il sollevamento delle piattaforme calcaree, in seguito ai corrugamenti e alla formazione di pieghe, si producono le fratture.
La forte stratificazione e la fitta rete di fratture determinano un’alta porosità nella roccia; nel Pulo queste caratteristiche hanno comportato una forte precarietà dell'edificio calcareo accentuatasi sempre più via via che si aprivano cavità nel sottosuolo. Attraverso le grandi fratture l'acqua assume la capacità di penetrare in profondità, mentre le discontinuità della roccia rappresentate da un'alta frequenza dei giunti di strato e dalle piccole fratture permettono una circolazione idrica invasiva dell'ammasso roccioso.


F. 06. La parete sudorientale con gli strati inclinati di 10° verso la costa.

La parete SE ha gli strati inclinati di 10° verso la costa mentre la parete di fronte, la NW, si presenta con gli strati inclinati di 5° verso l'interno.
La diversa inclinazione degli strati nelle pareti sudorientale e nordoccidentale che si fronteggiano nel Pulo ci indica che la cavità si apre in corrispondenza della zona di cerniera di una debole piega anticlinale, cioè un leggero sollevamento del corpo roccioso. L’asse di questa piega si colloca in direzione NW-SE e attraversa trasversalmente la dolina; nella fase della formazione della piega anticlinale, si venivano ad aprire nel sottosuolo un gran numero di fratture orientate principalmente in direzione parallela e trasversale al suo asse.
Nella zona dove oggi è situato il Pulo doveva presentarsi in origine una lieve depressione del suolo a monte della piega anticlinale la quale avrebbe avuto anche una funzione di barriera per il deflusso superficiale delle acque verso le zone più a valle. Le acque che scorrevano in superficie convergendo verso la depressione da un bacino imbrifero a monte, più vasto dell'attuale, si infiltravano nel sottosuolo attraverso i tratti più in basso di profonde fratture, che fungevano da inghiottitoi.


F. 07. Carsificazione lungo ben determinate linee orizzontali sulla parete sudorientale.

La formazione di cavità avveniva lungo l'asse di profonde fratture e si estendeva sul piano sub-orizzontale attraverso i giunti di strato. La carsificazione più pronunciata lungo alcune particolari quote, visibile tutt'oggi sulle pareti, molto probabilmente è da ricondursi a quelli che sono stati un tempo i vari livelli della superficie del mare. Questo si potrebbe supporre data la vicinanza del luogo alla costa. Sull'acqua marina di infiltrazione nella roccia si ha un passaggio di acque dolci più leggere di origine piovana, per cui si viene a creare un orizzonte di corrosione del calcare appena al di sopra del livello delle acque di infiltrazione marina. Nell'arco di secoli questo ha determinato la formazione di cavità lungo l'orizzonte di corrosione, provocando anche lo sgretolamento della roccia al di sopra di tale orizzonte, soprattutto se formata da un gran numero di strati poco spessi e già interessati da una fitta microfratturazione.
Con l'abbassamento del livello del mare, le acque meteoriche penetrando a maggiori profondità lungo le principali fratture, andavano a creare un orizzonte di carsificazione più in basso.


F. 08. Le sale interne fra la grotta Ferdinando e la grotta Carolina. Nelle grotte di maggiore estensione appare evidente la conformazione "a labirinto" dovuta allo sviluppo delle cavità lungo ampie fratture che si incrociavano fra loro.

Le grotte essendosi formate lungo il percorso di importanti fratture nel sottosuolo, si sviluppavano secondo la direzione dei due principali sistemi di fratturazione: dove i gruppi di grandi fratture si incrociavano, si aprivano le cavità più ampie ed estese la cui volta era retta da volumi rocciosi più o meno consistenti che fungevano da pilastri. Ancora oggi nelle grotte del Pulo, che rappresentano i lembi residuali del grande sistema di cavità che collassando ha portato alla formazione della dolina, possiamo riscontrare una struttura a “labirinto” in cui la volta, solcata da ampie fratture, è retta da un complesso di pilastri.


F. 09. Situazione odierna sull'asse NO-SE della dolina. Sul fondo è presente uno strato di terreno proveniente dall'alto che copre un sedimento di diversi metri di spessore costituito da argille ("terre rosse"), le quali a loro volta ricoprono i detriti da crollo di roccia calcarea; questi detriti affiorano in superficie in prossimità delle pareti.

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3) I nitrati del Pulo

Il Pulo di Molfetta e le sue grotte rappresentano, per i nitrati (sali minerali composti dell’azoto) di grotta, la più antica segnalazione, attualmente nota, al mondo; nel presente esso rappresenta uno dei luoghi più importanti in Europa, per la formazione e lo studio dei nitrati di grotta.


F.10. Formazione di nitrati sulla volta di una cavità laterale della grotta Ferdinando.

Come si formano i nitrati nelle grotte del Pulo?
La decomposizione di materiale organico nel suolo sovrastante il ciglio della dolina produce i primi composti di azoto (ancora sotto forma di ioni ammonio o in parte già ossidati a ione nitrato) che disciolti nell’acqua piovana passano nella roccia sottostante.
Questa roccia ha caratteristiche che comportano un’alta porosità e favoriscono una circolazione idrica per capillarità. In questa maniera le soluzioni dal suolo “percolano” verso il basso. Lungo il loro percorso incontrano spazi vuoti aerati (le cavità nella roccia) in cui avviene una certa evaporazione dell’acqua che causa una diminuzione dell’umidità relativa nella parte di roccia che confina con l’atmosfera della grotta, con conseguente richiamo di acqua dai capillari più all’interno.
Questo processo porta via via ad un arricchimento in composti azotati nella zona più prossima all’interfaccia roccia-aria. I composti azotati possono subire qui l’azione ossidante di taluni batteri.
Nell’ambiente delle grotte, sulla superficie della roccia, i composti azotati, ossidati ad acido nitrico, si combinano con quelli basici contenenti potassio, calcio e magnesio; in conseguenza della evaporazione, si formano i sali nitrati che, in condizioni di saturazione, si depositano a partire dalle piccole fratture nella roccia, sulle pareti e sulle volte delle cavità.

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4) La vegetazione del Pulo

Sappiamo che la vegetazione viene influenzata dal clima che a sua volta viene condizionato da diversi fattori: in primo luogo la latitudine, quindi l'altitudine; influenzano lo sviluppo della vegetazione anche altri fattori come il vento, l'esposizione, il tipo di suolo, ed infine l'intervento umano. Caldo e freddo, secco ed umido sono le condizioni che determinano il tipo di vegetazione.
Nel clima temperato, prevalente nelle nostre latitudini, i boschi rappresentano il più alto grado della maturità e complessità dell'ecosistema. A partire dal livello del mare, veniamo a rilevare diverse fasce climatiche nelle quali viene ad essere favorito un tipo di vegetazione rispetto ad un altro.
Il Pulo rientra nella fascia climatica Termo-Mediterranea del Lauretum, sottozona calda (temperatura media annua fra i 15 e i 23°C ) con inverno mite e piovoso ed estate calda ed arida.


F. 11. Schema della sequenza nella evoluzione progressiva o regressiva della vegetazione nella nostra fascia climatica.

La foresta sempreverde mediterranea rappresenta lo stato di vegetazione più avanzato nella fascia costiera di gran parte della Penisola italiana. La macchia mediterranea raramente è un ambiente originario (macchia primaria), essa rappresenta la vegetazione naturale in zone che per diverse ragioni (forti pendenze, vento, salinità, limiti geografici e di altitudine della foresta mediterranea) vedono compressa la statura delle piante legnose; nella maggior parte dei casi la macchia è il risultato dell'attività umana (incendi, disboscamento, pascolo), in tal caso si parla di “macchia secondaria”. Sopratutto il pascolo diventa una pressione costante che contribuisce a far regredire ulteriormente la macchia dapprima in gariga, dove scompaiono quasi del tutto piante e arbusti dal fusto legnoso (come nella gran parte dell'altopiano murgese) e successivamente in "pseudosteppa" in cui dominano essenze erbacee tipiche dei climi aridi costituite per la gran parte da graminacee cespitose (piante che crescono a cespi, con foglie strette e coriacee). Sui suoli abbandonati dal pascolo e dalle colture si può avviare una evoluzione progressiva che vede un incremento di complessità e la ricostituzione nel tempo della macchia e in seguito del bosco.


F. 12. Il grado di irraggiamento solare nel corso della giornata e dell'anno influisce sul tipo di vegetazione che si sviluppa sui versanti. In primo piano l'area più calda e secca che prosegue nel suo sviluppo verso nord (a sinistra nella foto); questi versanti sono esposti a sud, sudest. I versanti opposti, in ombra nella foto, sono esposti invece a nord e nordovest e presentano una situazione microclimatica più fredda ed umida.

Nel Pulo, in seguito alle differenze di esposizione dei suoi versanti si possono riscontrare ambienti con un differente microclima: in linea generale possiamo identificare un “versante umido” consistente in una vasta area sui pendii a sud e sotto la parete sud-orientale, e un “versante “secco” circoscritto all'area sottostante la parete nordorientale e la porzione più a nord di quella nordoccidentale; per il resto, lungo gli altri versanti, sulle scarpate sovrastanti il ciglio e sul fondo si riscontrano ambienti con condizioni microclimatiche intermedie, principalmente in conseguenza del diverso grado di irraggiamento solare.


F. 13. Il versante sud ricoperto dalla rigogliosa macchia-foresta dominata dall'Alloro.

Nelle zone più fresche ed ombreggiate sono già presenti, in larga misura, specie di associazioni tipiche della foresta mediterranea di latifoglie sempreverdi, anche se al momento attuale è del tutto assente il Leccio, la specie caratteristica di questo ecosistema, mentre risulta dominante l'Alloro, specie particolarmente favorita dal microclima caldo-umido del luogo. Sotto le pareti di roccia, dove sono persistenti condizioni di ombreggiatura, l'Alloro assume un portamento a “fustaia” con tronchi che si ergono in cerca della luce. Nel bosco sono frequenti altre specie arboree e arbustive tipiche della macchia-foresta come il Bagolaro, il Viburno tino, il Biancospino.


F. 14. Le pareti nordoccidentale (sinistra) e nordorientale (destra) si incontrano nell'angolo nord del Pulo (zona d'ombra al centro). Sotto queste pareti e sulle scarpate al di sopra del loro ciglio si incontrano le aree con un microclima più caldo e secco.

Sui versanti più soleggiati invece l'evoluzione della vegetazione potrebbe portare alla ricostituzione della macchia alta dell'Oleo-ceratonieto, con dominanza di Carrubo e Oleastro, Lentisco ed altre specie tipiche della formazione, in parte già presenti nella dolina. E' soprattutto nella fascia delle scarpate e ai piedi delle pareti che vengono favorite le specie spontanee più esigenti di caldo e secco, come anche alcune specie esotiche introdotte come il Fico d'India e l'Agave americana.


F.15. Vista parziale della zona prativa del fondo e dell'area un tempo coltivata ad uliveto sul versante di ponente.

Convivono con la vegetazione spontanea altre piante un tempo coltivate: si tratta di ulivi, mandorli e alberi da frutta; di questi ultimi, alcune specie, che risentono più favorevolmente delle condizioni microclimatiche del luogo, si sono spontaneizzate e tendono anch'esse a diffondersi, preferibilmente nelle situazioni ottimali (Melograno sui versanti più soleggiati, specie del genere Prunus in condizioni più temperate). Anche alcune delle piante “officinali” ed aromatiche presenti, potrebbero ritenersi, almeno in parte, introdotte e quindi spontaneizzate. In linea generale, la flora spontanea d'alto fusto domina i versanti sud e sud-est più umidi, mentre le specie arboree un tempo coltivate costituiscono tutt'oggi la frazione maggiore della parte alta della vegetazione nei settori a clima più caldo e secco.


F. 16. Le specie lianose, nell'ordine: Edera, Rovo, Tamaro, Salsapariglia e Asparago pungente.

Una grande diffusione hanno nella dolina specie lianose tipiche della foresta sempreverde mediterranea e della macchia; si tratta di piante con fusti legnosi ma esili, per cui assumono un andamento prostrato o rampicante, a volte pendente dall'alto, come l'Edera, il Rovo, il Tamaro, la Salsapariglia, l'Asparago pungente.


F. 17. Cappero nella sua caratteristica configurazione a "barba di becco" che discende per diversi metri sulle pareti del Pulo. Al centro fiore e bocciolo del Cappero, a destra la rarissima Micromeria nervosa.

La flora rupicola sulle pareti della dolina si riduce alla presenza del Cappero (caratteristici i grandi cespugli che discendono dalle pareti come barbe fluenti), mentre sulle sporgenze della roccia e in prossimità del ciglio delle pareti maggiormente esposte ai raggi solari, risultano frequenti la Borracina di Nizza, la Reseda bianca e la Vetriola minore. In poche stazioni sono presenti la Micromeria nervosa e lo Scuderi mentre risulta frequente nelle zone più in ombra di rocce e muretti a secco l'Ombelico di Venere minore.


F. 18. Il monumentale Carrubo di 400 anni nei pressi del portale d'ingresso della dolina. I suoi baccelli, le "carrube" rappresentano un elemento fondamentale della dieta animale e, in tempo di guerra, anche umana. I semi presenti nei baccelli hanno un peso costante (200 milligrammi) e un tempo venivano usati come unità di misura (presso i greci keràtion e qerat, presso gli arabi) per pesare oro e preziosi; dal nome greco e poi latino, ceràtion, deriva il nome della specie "Ceratonia siliqua", mentre da quello arabo il nome dell'attuale unità di misura dei preziosi, il carato.
A destra: nel pulo sono presenti su due alberi di ulivo alcuni rami su cui le olive prive di clorofilla, risultano bianche quando maturano (Olea europaea var. leucocarpa); questa varietà viene chiamata comunemente "Olivo di Gerusalemme" per la ragione che dalle sue olive si ricavava un olio usato nelle funzioni religiose.



F. 19. Le piante erbacee costituiscono la maggiore quantità nel numero di specie presenti nella dolina. Fra le specie più interessanti e diffuse si rinvengono l'Acanto, la Melissa selvatica e la Nepetella.

Nel corso dell'ultima ricerca (G. Sasso, a partire dal 2008) sono state rinvenute nel Pulo oltre 210 specie di piante. Tuttavia un alto numero di specie non rappresenta sempre un valore assoluto sul piano della biodiversità. Ad assumere importanza sono tutte quelle specie caratteristiche degli habitat presenti e potenziali del luogo: della foresta mediterranea, della macchia, e degli altri stadi che nella dolina partecipano alla naturale progressione evolutiva dell'ecosistema. La frazione maggiore delle specie presenti è rappresentata da erbacee che crescono in piccole aree mediamente soleggiate, lungo i sentieri e nelle zone prative. A differenza della macchia-foresta, delle pareti e dei cespuglieti che consentono lo sviluppo di un numero limitato di specie, nella maggior parte tipiche di questi ambienti, nelle aree prative e nei micropratelli fra gli alberi delle zone un tempo coltivate crescono la quasi totalità delle specie erbacee; fra queste ci sono specie tipiche della gariga, fra cui alcune aromatiche od officinali, e della steppa, oltre ad un gran numero di piante macericolo-ruderali diffuse nelle coltivazioni, ai bordi delle strade di campagna e sui terreni abbandonati.

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5) La fauna del Pulo

Il tratto di fascia costiera, in cui ricade il territorio del Comune di Molfetta, presenta specie animali desunte dalla preesistente macchia mediterranea con larga presenza di cespugli e radure, dalla lecceta e dalla gariga.
La macchia mediterranea è, nella gran parte, un ambiente derivato dall'attività umana (macchia secondaria); questo ambiente è stato un tempo colonizzato da specie di diversa provenienza: cespuglieti e radure, querceto caducifoglie, foresta mediterranea sempreverde, ambienti steppici euroasiatici e subdesertici del Nord Africa e Medio Oriente. Nell'attuale paesaggio agreste queste specie si sono distribuite secondo le condizioni più simili a quelle della loro provenienza.
Le aree che permettono una maggiore varietà di specie animali, così come per le piante, sono le superfici del territorio più differenziate sul piano geo-morfologico: le lame e le doline.


F. 20. Gli ambienti più differenziati permettono la convivenza di un gran numero di specie con esigenze ecologiche (alimentazione e ricovero) differenti. Le lame e soprattutto il Pulo sono i luoghi a più alta biodiversità.

La maggiore densità di copertura vegetale spontanea, soprattutto arbustiva ed arborea, insieme alla presenza di rocce e pendii detritici, radure, manti vegetali di lianose che si espandono con scarso radicamento al suolo, caratterizzano alcuni di questi luoghi, soprattutto quelli non più interessati da un qualche utilizzo agricolo e meno influenzati da un disturbo di carattere antropico. Questa varietà ambientale permette la presenza di un gran numero di specie animali con differenti esigenze, conferendo a queste aree il livello più alto di biodiversità faunistica del territorio.
La fauna del Pulo di Molfetta è composta da specie comuni, o comunque presenti, nel resto del territorio.


F. 21. Volpe nei pressi della tana sulle pareti del Pulo.

Mammiferi. Quasi tutti i mammiferi hanno abitudini notturne e difficilmente si possono notare nella dolina; la loro presenza è tradita, per lo più, dal rinvenimento di tracce ed altri segni.
I mammiferi nel Pulo sono rappresentati da una quindicina di specie. Volpe e Faina frequentano tutti gli ambienti della dolina, mentre il Ratto nero frequenta abitualmente cespugli e alberi, si tratta di un topo delle dimensioni del Ratto delle chiaviche ma con abitudini arboricole, per cui è comune nei giardini in città e campagna. Il Riccio, altri roditori, i toporagni, fra cui il Mustiolo (il mammifero più piccolo d'Europa), e le arvicole frequentano prevalentemente cespuglieti e zone prative. Il Pulo è considerato un'area importante per diverse specie di chirotteri, comunemente conosciuti come “pipistrelli”.


F. 22. Il Cervone è una specie di costituzione robusta, lento nei movimenti, che fra i serpenti italiani raggiunge le maggiori dimensioni (fino a 2 metri e mezzo); si tratta di un serpente mite e assolutamente inoffensivo. Si nutre di roditori che caccia all’agguato, ma si arrampica anche su alberi e muri per predare uova e nidiacei nei nidi degli uccelli. I giovani cervoni spesso vengono confusi con le vipere per via della loro livrea.

Rettili e anfibi. Nella dolina vivono due specie di serpenti, Cervone e Biacco, la comune Lucertola campestre, due specie di “gechi” e il Rospo smeraldino, una specie anfibia tipica della macchia mediterranea, nella quale sostituisce il Rospo comune.


F. 23. La Rondine vera si rinviene soprattutto nelle campagne e nidifica nei casolari abbandonati; generalmente è poco conosciuta e confusa con il Rondone che frequenta le città. A destra il Gufo comune; nidifica in campagna e nei giardini urbani.

Uccelli. Nel Pulo sono presenti nell'arco dell'anno circa 50 specie di uccelli. Molte di queste specie si spostano in relazione alle stagioni; alcune effettuano piccoli spostamenti “verticali” fra zone costiere e alture interne, altre invece viaggiano per migliaia di chilometri e sono definite migratrici.
Le specie migratrici che nidificano nella nostra area geografica, sono rappresentate da popolazioni che giungono in primavera dall'Africa, in prevalenza da zone a sud del Sahara. Alcune di queste specie nella dolina possono risultare in alcuni casi nidificanti, in altri frequentatrici a scopo alimentare (Upupa, Rondine, Balestruccio,...).
Le cince, alcune specie di corvidi, rapaci diurni e notturni (Gheppio, Gufo, Civetta, Barbagianni), storni e altri piccoli passeriformi, sono presenti tutto l'anno e risultano sedentari nell'area; altre specie invece sono diffuse, nella dolina e nel territorio comunale, solo nei mesi più freddi: merli, pettirossi, fringuelli, luì, ecc., e scompaiono nel periodo primaverile per recarsi a nidificare nelle zone più interne, a partire dall'altopiano murgese fino ai boschi dell'Appennino e del Gargano.

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6) La preistoria al pulo

La ricerca archeologica. La ricerca archeologica nell'area del pulo di Molfetta si è svolta in diverse fasi nella Storia.
Le prime scoperte risalgono al tempo dei lavori di scavo effettuati alla fine del '700, per impiantare la nitriera borbonica, finalizzata all'estrazione del salnitro. Fu l'arciprete molfettese Giuseppe Maria Giovene a ritrovare sul fondo della dolina e in alcune sue grotte, manufatti appartenenti all'uomo preistorico; questi reperti sono oggi in mostra nelle sale del Museo Diocesano di Molfetta.
Negli anni 1900 – 1901, l'archeologo tedesco Maximilian Mayer condusse la prima campagna di scavi in maniera sistematica nel fondo “Spadavecchia”, a nord della dolina, dove riportò alla luce i resti di capanne di un villaggio neolitico. Dopo alcuni anni, nel 1908 – 1910 l'italiano Angelo Mosso, scavando a sud del pulo, trovò i resti di circa 40 capanne che, presumibilmente, facevano parte dello stesso villaggio di Mayer e una necropoli con 56 tombe. I reperti rinvenuti in questi anni si trovano oggi nel Museo Archeologico di Taranto e in quello di Bari.
Nel 1997 la Soprintendenza Archeologica della Puglia ha iniziato una nuova campagna di scavi. Nel corso delle ricerche sono emerse le tracce di un muro neolitico al margine sud del villaggio scoperto dal Mosso, nuovi reperti e manufatti e altri importanti rinvenimenti di epoca storica. I manufatti rinvenuti in quest'ultima campagna di scavi saranno esposti nel Museo Archeologico di prossima istituzione nella Casina Cappelluti ex lazzaretto di Molfetta.


F. 24. Collocazione degli scavi del Mayer (fondo Spadavecchia) e del Mosso (fondo Azzollini). Nella grotta n° 1 si ebbero alcuni rinvenimenti; questa grotta è stata usata molto probabilmente nella preistoria e riutilizzata in tempi storici. Nel corso delle recenti indagini archeologiche al suo interno, sotto un piano di basole del XVI secolo, è stata rinvenuta una tomba dello stesso periodo; si tratta di una deposizione secondaria che conteneva i resti di sei persone. L'esistenza di questa sepoltura è, molto probabilmente, da mettere in relazione con il Convento dei Cappuccini che venne costruito nel 1536 sul ciglio della dolina.

L'insediamento. La civiltà neolitica, caratterizzata da una economia basata sull'agricoltura e sulla pastorizia, giunse nella nostra regione a partire dal vicino oriente attraverso l'area balcanica e via via sostituì la preesistente condizione umana basata sulla caccia e sulla raccolta. Nel nostro territorio i neolitici formarono un insediamento nei pressi del Pulo, molto probabilmente per la presenza di acqua dolce affiorante da una sorgente all’interno della cavità (in quel periodo la dolina era più profonda dell'attuale e uno specchio di acqua salmastra si situava sul fondo). La presenza dell’acqua, scarsa sulla superficie della nostra terra, era fondamentale per la scelta dei luoghi dove insediarsi.
Nell'area circostante il “Pulo” i neolitici fondarono prima un villaggio e poi una necropoli. Il villaggio è stato collocato tra la fine del VII - inizio del VI millennio a. C. e la metà del IV, mentre la necropoli tra la seconda metà del IV e la metà del III millennio a. C.


F. 25.

Il villaggio. Il villaggio era costituito da capanne di forma subcircolare; queste erano formate da una intelaiatura di pali di legno con una zoccolatura d’intonaco di paglia e d’argilla, alta circa mezzo metro. Sembra che le fessure tra i pali fossero chiuse con l’uso di una mistura fatta di carbone, argilla e anche sterco di bovino per rendere la capanna più impermeabile.
Il pavimento era in genere infossato e fatto di argilla rossa battuta. L’infossamento del pavimento era reso necessario molto probabilmente dalla elevazione poco estesa delle capanne, soluzione forse adottata per renderle più resistenti alle intemperie. Il tetto era poi rivestito da paglia o da pelli di animali.
La necropoli. La necropoli, invece, era formata da ciste litiche funerarie, tombe che servivano per una sola deposizione collocata in posizione “fetale”, rannicchiata, attestante un rituale carico di un intenso significato: il ritorno in seno alla grande madre terra.
Le tombe avevano forma ellittica (tranne alcune di forma allungata con una insenatura per la collocazione dei piedi dell’inumato), erano circondate da una corona di grossi massi e riempite di una terra nera, simile a quella della zona del villaggio, utilizzata per la copertura dei cadaveri.


F. 26. Macina litica (a sinistra), su cui si trituravano i semi dei cereali attraverso una pressione e una trazione orizzontale del pestello. A destra, affilatoio in pietra con la presenza di due solchi prodotti dagli strumenti litici, che su di esso erano affilati.

L'economia. L' economia è prevalentemente agricolo pastorale.
L’attività agricola è testimoniata dal ritrovamento di macine in arenaria e in calcare, che servivano a triturare il grano e altri cereali seminati e raccolti nei terreni circostanti il villaggio; l’attività pastorale, invece, è attestata dal ritrovamento di resti ossei di maiale, pecora, capra, bue e cavallo, animali che erano allevati nel villaggio. Il muro scoperto al margine sud del villaggio era probabilmente finalizzato a recintare una zona destinata all'allevamento di buoi e pecore.


F. 27. A sinistra, asce in pietra dura levigata, prive dell’immanicatura di legno, andata perduta, che serviva per impugnare lo strumento. Per il fissaggio dell’immanicatura erano usati mastice vegetale e corde. A destra, utensili a punta.

A queste attività va ad aggiungersi la produzione di strumenti litici, ottenuti dalla lavorazione della pietra tramite la tecnica della scheggiatura, del ritocco e della levigatura (quest’ultima in età piuttosto avanzata) e che servivano per le varie attività espletate all’interno della comunità neolitica.
Fra gli utensili troviamo percussori in pietra dura, asce ed accette, sempre in pietra dura levigata, lisciatoi per le operazioni di rifinitura di vasi, affilatoi litici e strumenti su scheggia e su lama in selce, come raschiatoi, grattatoi, bulini, punte di freccia, coltelli e lame. Sono state rinvenute anche lamelle di ossidiana (vetro vulcanico), punteruoli e spatole in osso lavorato.
La presenza di selce e di ossidiana testimonia l’esistenza di rapporti intercomunitari, questi materiali, infatti, presenti in luoghi allora lontani (rispettivamente Gargano e isole Lipari), erano scambiati fra le comunità nell’area geografica, fino a giungere a quelle insediate sul nostro territorio.


F. 28. Frammento di ceramica impressa. Si tratta di un corpo vascolare con decorazione invadente consistente in punzonature pseudo triangolari e rettangolari con strozzatura mediana ed in impressioni cardiali, disposte su file non regolari con probabile andamento irregolarmente ruotante. A destra frammento di ceramica bicromica. Si tratta di un corpo vascolare con decorazione consistente in spennellature a forma di fiamma color cioccolato.

La ceramica. E’ stata ritrovata ceramica neolitica “impressa” e “dipinta”, nella maggior parte dei casi molto frammentata.
La ceramica impressa è così detta perchè sulla superficie del vaso presenta una decorazione eseguita ad impressione. Questo tipo di decorazione era attuata a crudo, cioè prima della cottura, attraverso l'uso di uno strumento oppure attraverso l'impressione digitale.
L’impressione strumentale era praticata utilizzando un punzone di forma varia all’estremità o il peristoma di un mollusco, di solito il cardium (ceramica “cardiale”). L’impressione digitale, invece, poteva essere “ad unghiate”, “a polpastrello” o “a pizzicato”.
La decorazione impressa appare spesso invadente, cioè ricopre tutta la superficie del vaso.
I vasi erano cotti ad una temperatura di circa 600° a cielo aperto, essendo i forni costituiti da fosse in cui i vasi erano posti capovolti uno sull’altro.
Successiva è la ceramica “dipinta”(V – I metà del IV millennio a. C), lavorata a mano come la precedente, costituita da argilla locale depurata e decorata con colori naturali di origine vegetale ed animale.
La ceramica dipinta può essere “bicromica” (due colori) a bande larghe o strette, rosse o più scure, che formano a volte semplici motivi di forma geometrica, a volte a chevron e a fiamma.


F. 29. A sinistra, frammento di ceramica tricromica; si tratta di un sottile bordo arrotondato di vaso a ciotola con decorazione consistente in figure geometriche di colore arancio mattone, marginate da linee marroni. A destra, frammento di ceramica di stile “Serra d’Alto”.

A questa tipologia ceramica segue in ordine di tempo quella “tricromica” (3 colori). Rispetto alla ceramica bicromica, nella cui tradizione si inserisce, presenta nuovi elementi: la marginatura di color nero o bruno delle bande rosse, che si combina con motivi geometrici lineari.
Più fine e più recente (collocabile dopo la metà del IV millennio a.C. è la ceramica dello stile “Serra d’Alto”, trovata per la prima volta in una località nei pressi di Matera da cui ha preso il nome. I vasi, di miglior fattura rispetto ai precedenti, presentano una decorazione più accurata in bruno, con motivi geometrici e miniaturistici (il tremolo, il reticolo, la spirale, il triangolo, la scacchiera e il meandro).
La cottura della ceramica dipinta, ad una temperatura di circa 900° C, era praticata in forni chiusi a calotta, dotata quest’ultima di un’apertura.
Le forme dei vasi dipinti vanno dal vaso a bottiglia, a quello a fiasco con corpo globulare e collo cilindrico, alla scodella e alla tazza con pareti verticali fino alla ciotola a pareti lievemente bombate.

Testo (preistoria) estratto e rielaborato da G. Sasso (autrice testo integrale Mariella Sasso, 1998); foto G. Sasso. I reperti illustrati sono esposti nelle sale del Museo Diocesano di Molfetta (riprese gentilmente concesse, 1998).

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VIA RUVO
RUVO

Comune. Popolazione: 24. 556 abitanti.È un importante centro agricolo rinomato per la produzione di uve da tavolo, vino e olio d’oliva. Fu un importante centro dei Peucezi, fiorì soprattutto dal V al III secolo a. C.. come testimoniano le monete con la scritta “Rhyps o Rhybasteinon” e, soprattutto, le splendide ceramiche, sia di importazione che di produzione locale.Fu municipio romano, Rubi, luogo di sosta (vi si fermò Orazio) sul percorso dell’antica Via Traiana. Secondo clcuni sarebbe stata distrutta dai Goti nel 463; fortificata, risorse in epoca normanna e sotto re Tancredi fu unita alla contea di Conversano.Durante il regno di Federico II fu costituita in feudo a sè stante, con propri ordinamenti, e fu ulteriormente fortificata.Con gli Angioini passò successivamente a vari feudatari: nel 1510 fu venduta al cardinale Oliviero Carafa e ai Carafa, duchi di Andria, rimase fino al 1806.Di notevole la Cattedrale romanica (sec. XIII), resti della cerchia muraria del castello. VIA RUVO: inizia da Via Poggio Reale e termina a Via Matteo Altomare.
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