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2^ puntata - ''Dati sull’attività del Monte di Pietà (XVI-XVIII sec.)''

2^ puntata - ''Dati sull’attività del Monte di Pietà (XVI-XVIII sec.)''


Dati sull’attività del Monte di Pietà (XVI-XVIII sec.)
Una conclusione decurionale del 1578 ci informa che nel 1571 “per [la] magnifica Università [di Molfetta] fù istituito per servitio di nostro signore Iddio et beneficio de poveri di detta Città una Confraternita del Monte della Carità” . Dopo aver sollecitato nel 1569 l’elezione di dodici cittadini probi e benestanti, animati da tale amore per i poveri da creare “un Monte di Carità”, allo scopo di “sovvenirli” per renderne meno dolorosa la sopravvivenza, il governo cittadino promosse un’istituzione caritativa stabile, dotandola dell’uno per cento derivante dagli introiti annui di dazi e gabelle . La Confraternita del Monte di Pietà presenta, dunque, sin dalle origini una particolare vocazione che caratterizzerà la sua storia, legata soprattutto alla gestione dell’ospedale, con il quale il Monte della Pietà si è spesso identificato.
E’ noto che le confraternite e gli enti pii in età moderna esercitarono una insostituibile funzione creditizia. I lavori di Lorenzo Palumbo e di Giuseppe De Gennaro, quest’ultimo per quanto concerne l’attività del Monte dei Pegni, hanno ricostruito le vicende di questo tipo di attività a livello locale, sottolineandone l’importante funzione sociale . L’attività creditizia del Monte della Pietà presenta un elemento particolare, consistente nel fatto che a volte il prestito a censo bollare riguarda un particolare aspetto caritativo che l’ente svolgeva per soddisfazione del legato di Claudio Gadaleta, relativo all’annuo esborso di 300 ducati per il maritaggio di sei nubili molfettesi in non floride condizioni economiche .
Quando nella seconda metà del Seicento la crisi economica rese “oziosi” molti capitali, con effetti che si avvertirono anche per alcuni anni del primo Settecento, il Monte ritenne opportuno investire nell’acquisto di beni fondi per assolvere agli obblighi dei maritaggi . Una sintetica nota di conti risalente al 1706, l’unica che ci dia informazione completa, ancorchè sommaria, del movimento finanziario dell’ente, quantifica per quell’anno in duc.527.50 l’esito “di compre di stabili per le doti”, pari al 12% dell’esito totale . Nella Platea redatta nel 1783 sono registrate nella misura del 10% concessioni creditizie di modesta entità, che dovevano servire a coprire la differenza tra la dote di 50 ducati e il valore dell’immobile assegnato per soddisfazione della dote, solitamente una “parzogna” o una “cortaglia” . Come si può notare, non si tratta della usuale attività creditizia, bensì di concessioni finalizzate a realizzare un impegno caritativo di particolare rilevanza sociale, giacchè contribuiscono a diffondere la piccola proprietà immobiliare direttamente, con l’assegnazione di terre o case. Se a ciò si aggiunge il fatto che v’era l’obbligo da parte dei beneficiati di investire i 50 ducati della dote nell’acquisto di immobili o di censi bollari, risulta evidente che la funzione del Monte della Pietà, vuoi per la gestione dell’ospedale, vuoi per l’appena riferita opera di concessione dei maritaggi, nonchè per altre meritorie iniziative assistenziali e caritative, relative ai diversi legati che nel corso degli anni si susseguirono, si connota come espressione di quella “religione della carità” che, sebbene diffusa in età pretridentina, conosce il suo apice nella fase successiva al Concilio di Trento, fino al punto di incarnare lo spirito essenziale del cattolicesimo controriformistico .
Essa consisteva essenzialmente in una sorta di controffensiva culturale e organizzativa promossa dalla Chiesa romana per reagire ai rischi di infiltrazioni eretiche del luteranesimo, legando con forza il binomio fede-carità, che portava a un’inevitabile esaltazione delle opere, condannate dal luteranesimo. Era una calcolata risposta tesa a neutralizzare il carattere socialmente e religiosamente eversivo della Riforma protestante. Consentiva infatti alla Chiesa cattolica non solo di riproporre con vigore la validità imprescindibile delle opere, ma anche, in una fase critica di grandi trasformazioni e di forti contrasti tra le classi, di dare corpo a un modello di società fatto di armonizzazione paternalistica degli squilibri sociali, in virtù del quale era ammessa una sorta di volontaristica ridistribuzione delle ricchezze in nome della fede, ragion per cui tale modello acquisiva un chiaro carattere politico: “si trattava di un sistema solidaristico, che imponeva ai potenti e ai ricchi una forma di responsabilità sociale e di azione benefica come obbligo del loro stato” .
Vedere nel povero l’immagine del Cristo faceva sì che l’umiliazione della carità fosse strumento del conseguimento della perfezione spirituale. Sostenere che “nessuna persona mentre che sta in charità può peccare mortalmente”, come faceva sul finire del Quattrocento Giovanni Leonardi nel suo Trattato della charità utilissimo , era opinione abbastanza diffusa nella letteratura religiosa del tempo e lo divenne ancor più nell’età postconciliare, come testimonia ad esempio S.Francesco di Sales, il quale sostiene che amore e carità sono le funi che traggono nel porto della salvezza la barchetta dell’esistenza umana . E quanto questa cultura nutrita di tali sentimenti religiosi potesse influire positivamente sull’operare politico del ceto dirigente del tempo è dato verificare anche a Molfetta in piena età conciliare. Nella seduta del 2 febbraio 1553 il magnifico capitaneo, per motivare la richiesta del rinvio nell’esazione dei tributi a causa delle gravi difficoltà economico-sociali del momento, così si rivolge ai consiglieri:

“le s[ignorie] v[ostre] sanno la estrema paupertate de questa citta maxime in questo presente anno che li poveri tutti insiemo se moreno per non haverno comodita de comprar pane et volendo immitare li commandamenti de Idio quale dio dice dilige proximum tuum sicut te ipsum maxime havendo questa matina inteso la honesta parola de Idio da bocca del R[everen]do fra I[gna]tio p[adr]e predicatorum quale multo nge have arreccomandato li poveri et Io daparte de Idio veli raccomando stante la necessita como fu detto sicchele s.v. poranno provider et haver per arreccomandato li poveri in darli qualche delactione de tempo che possano pagare” .
Nell’ambito di questa prospettiva culturale, era fuori luogo mettere in dubbio l’assetto sociale che quella povertà generava, anzi in qualche modo esso, per essere funzionale al dispiegarsi dell’essenziale ardore di carità, diveniva opera della provvidenza divina: “Il fare che alcuno nasca povero e privo di lettere non è segno di disamore, nè di durezza nel Creatore, ma piuttosto di alta paterna sollecitudine e previdenza. E come il medico ad alcuni infermi leva il vino, ad altri le carni, e ad altri vieta l’uso di varie cose, secondochè egli vede esser loro giovevole; così Iddio prevedendo le male nostre inclinazioni ci tiene scarsi di alcune cose ad oggetto di meglio sanarci e farci bene” .
Dunque, la gestione dell’ospedale riservato ai poveri molfettesi o ai miseri peregrini da parte dei nobili rispondeva a questo modello culturale e sociale e non è un caso che inizialmente il Monte si chiamasse della charità. Questa fu anche la ragione non solo del sostegno che al Monte diede l’Università, preoccupata di intervenire finanziariamente a favore delle esigenze dei più bisognosi, garantendo stabilmente nella sua gestione diretta una parte delle sue entrate, ma anche delle larghe donazioni che generosi nobili benefattori fecero a favore del sodalizio, a volte magari come risultato di vera e profonda condivisione .
I lasciti consentirono di dare solide basi finanziarie alla realizzazione dell’obiettivo per il quale il sodalizio confraternale si era costituito, la vita dell’ospedale, e favorirono anche altre forme di intervento caritativo, come nel caso dei legati dei Gadaleta, Francescantonio e Claudio, padre e figlio, che prevedevano, oltre ai numerosi suffragi, distribuzioni gratuite di pane ai poveri, il primo, la dotazione di sei nubili povere molfettesi ogni anno e il contributo alla liberazione dei molfettesi catturati dai turchi, il secondo. Impegno, quest’ultimo, a volte particolarmente oneroso, come ci ricorda mons. degli Effetti nella sua visita ad limina del 1711: “anno praeterito in supplementum redemptionis septem nautarum huius civitatis ducatos tercentum viginti quinque [sodalitas Montis Pietatis] erogavit.” Impegno confermato, nella sua sistematicità, qualche anno dopo dal vescovo Salerni, il quale nella relazione della Visita pastorale del 1715 afferma che il Monte “pro multitudine captivorum satisfecit huic oneri per totum annum 1717[sic, ma 1713] prout adnotatur in libro conclusionum 22 Januarij, et 20 Junij 1713” .
Contrariamente a quanto era accaduto su finire del Cinquecento, quando il Monte per sette anni, dal 1591 al 1597, non aveva speso un ducato per “lorecatto di cattivi”, utilizzando il denaro risparmiato per altre opere benefiche, come “elemosine a poveri della Città [e] dell’Hospitale, salario della spidalera, pagamenti di medicine dati a malati poveri è d’altri miserabili personi”, sostenendo nel settennio una spesa media annua di 160 ducati, di molto superiore ai cento ducati annui previsti dal testatore per la liberazione dei prigionieri dalle mani degli infedeli . Anche nel primo quarto del secolo seguente la spesa per questo particolare impegno fu sostanzialmente limitata, in quanto si presentò la necessità di sovvenzionare solo quattro riscatti, mentre nel cinquantennio successivo (1625-73), secondo un trend che verrà confermato nel Settecento, il Monte sborserà intorno a 1500 ducati .


05/10/2013
Le origini del Monte di Pietà a cura di Arcangelo Ficco