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I porti di Puglia dall’XI al XV secolo: Dagli angioini agli aragonesi

I porti di Puglia dall’XI al XV secolo: Dagli angioini agli aragonesi



Di questa attività navigatoria dei pugliesi fa imponente testimonianza un passo dell’omonimo Barese nella sua Cronica. È un latino pittoresco, zeppo di errori linguistici e sintattici, ma degno di essere ritenuto a memoria, perchè rappresenta non solo per i Baresi, ma anche per i Barlettani, per i Traesi, per i Molfettesi, per i Monopolitani e per i Brindisini, il vero e reale stato meraviglioso della navigazione apula in tutto il medioevo, dal secolo IX al 1266. “Barenses – dice il cronista – per omnes civitates marittimae nostrae totius provinciae intraverunt dando naulum, passando cum magnis vel infinitis navibus maiores et minores”. La “provincia nostra marittima” non è la Terra di bari o la Terra d’Otranto, bensì il raggio d’acque solcato dalle navi pugliesi dall’Adriatico allo Ionio, dallo Ionio a tutto l’Egeo; il “naulum”, che viene “datum”, comprende tutta la navigazione intera, indomata, costante, secolarmente viva, con al centro il triangolo Alessandria – Antiochia – Costantinopoli, dunque un raggio di mare, comprendente tutto il mondo marittimo bizantino e tutto il mondo arabo, fino alla Sicilia: le navi sono “infinitae”, senza numero, “maiores et minors”, dunque d’ogni cabotaggio e d’ogni tonnellaggio, per tutti i mari e per ogni operazione detta allora “transmarina”. È uno spettacolo d’imponenza insolita, che ha in proprio favore una perseveranza di secoli .
Or tutta questa situazione meravigliosa con la caduta degli Svevi e con la sopravvivenza degli Angioini, dal 1266 al 1349 con gli Angiò di Francia e dal 1381 al 1435 con gli Angiò di Durazzo, subisce un capovolgimento tragico.
La navigazione continua, forse più viva, ma è sottratta alla libera iniziativa dei Pugliesi perchè il commercio viene monopolizzato e statizzato; cade quindi il fervore dell’iniziativa privata dei Pugliesi e di conseguenza quella ch’era la marineria di Puglia diventa marineria di stato, e i Pugliesi ne sono esclusi, come padroni,e vi sono ammessi, se vogliono, come servi, come salariati. La ricchezza pugliese di prima, ch’era ingente, ad onta che molte e gravi fossero le “esazioni” che il commercio e la navigazione transmarina imponevano ( e che il Babudri studiò nel 1952), ben presto sfumò e subentrò una vera generale decadenza. Subentra poi un secondo fatto doloroso; i navigatori pugliesi sono messi al bando da ogni privilegio e le cosiddette “gratie”, cioè facilitazioni, privilegi ed esenzioni, sono tutte per i “forestieri”, cioè per i Veneziani, per i Genovesi e per i Milanesi, i quali nelle varie città pugliesi adriatiche, specialmente a Barletta, a Trani (dove i veneziani le fanno da padroni), a Molfetta, a Bari e a Monopoli tengono i loro Consolati Generali, e dove poi subentrano i Fiorentini, con le loro potenti case commerciali dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli e degli stessi Medici, per il commercio dei grani .
In Puglia il commercio estero si riorganizza con maggior vigore intorno alle due città portuali di Trani e di Barletta .
Dai porti della provincia barese salpavano imbarcazioni straniere cariche soprattutto di olio e vino. Le navi ragusee andavano prima a Venezia a rifornirsi di contenitori, di qui si portavano in Puglia, dove caricavano la merce nei porti di Barletta, Bari, Monopoli e Brindisi e poi ripartivano alla volta di Costantinopoli, Rodi e Alessandria per rivenderla .
I porti pugliesi non direttamente controllati dai mercanti stranieri furono ben presto estromessi dalle rotte commerciali mediterranee, perchè penalizzati dall’esosa politica di guerra perseguita dagli Angioini .
Nel porto di Brindisi l’arsenale romano venne ampliato da Carlo I di Angò nel 1276, epoca in cui fece costruire ai lati del canale due torrette che di notte venivano con¬giunte con una catena per chiudere l’entrata del porto .
Il commercio, intimamente connesso in Puglia con la navigazione, soffre moltissimo sotto gli Angioini, ma sotto gli Aragonesi, fra il 1442 e il 1500, riceve altri durissimi colpi. Il grande commercio estero, che, sostenuto da una navigazione attivissima, fino agli Angioini era stato appannaggio esclusivo dei Pugliesi, navigatori d’alto grido, passa dunque nelle mani degli “stranieri” (cioè dei non Pugliesi). Questi stranieri considerano la Puglia come un mercato da sfruttare, e lo sfruttano, puntellandolo con la loro forte finanza e con l’usura. Inoltre strappano ai re di Napoli favoritismi a tutto danno dei Pugliesi.
Sotto gli Aragonesi questo favoritismo, reclamato dagli stranieri anche per il fatto che hanno prestato denari a Ferrante I (1458-1494), diventa per i Pugliesi una piaga. Ne approfittano le forestiere “Università de li Mercadanti”, i Consoli Generali di Milano, di Firenze, di Venezia, e i baldi nauclerii apuli devono sottostare all’ingaggio dei forestieri.
Eppure i Pugliesi non si arresero, ma continuarono a navigare verso gli antichi loro centri levantini, sia pure in misura ridotta. Infatti nel famoso “Libro delle Mercantantie” del Quattrocento è detto che della Puglia erano ancora “i luoghi e le terre famose trafficanti da levante a ponente per tutto il mondo”. Questo inciso è esagerato, ma tuttavia dimostra ad evidenza, che la gente di mare pugliese non s’era lasciata del tutto morire, ma aveva avuto fegato saldo, per continuare nei traffici “transmarini”.
Il porto di Barletta, dopo Napoli, continuava ad essere il più importante del Regno: esso rappresentava il principale caricatoio di grano della Terra di Bari.
Trani, conobbe un periodo di prosperità. Da Venezia nel porto di Trani sbarcavano notevoli quantità di acciaio, ferro, gioielli, argenteria, lana e seta. Trani a sua volta esportava olio, grano e mandorle.
Bari ebbe però una parentesi, purtroppo effimera, di vera rinnovata prosperità, e fu la reggenza della duchessa Isabella Sforza d’Aragona dal novembre del 1500 all’11 febbraio del 1524, quando la saggia e brillante vedova di Gian Galeazzo sforza morì: e in gran parte questa situazione perdurò sotto la di lei figlia, la regina Bona Sforza, dal febbraio del 1524 alla morte, avvenuta il 20 novembre 1557, dopo di che il ducato di Bari tornò in possesso dei reali di Napoli, vale a dire di Filippo II di Spagna ( 16 giugno 1556 – 13 settembre 1598), cioè sotto la dominazione spagnola, di pessima memoria, che doveva durare nel Regno di Napoli dal 14 maggio 1503 al luglio del 1707, Bari aveva goduto della parentesi sforzesca fra il 1500 e il 1557.
Il principato di Taranto aveva avuto anch’esso la sua gloriosa parentesi fino al 20 marzo 1465, dopo il qual’anno era stato unito al Regno di Napoli, dal quale aveva seguito le sorti .


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