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Watsu: liberare il corpo nell’acqua

Watsu: liberare il corpo nell’acqua




Stretching acquatico e shiatsu, in una parola watsu. Questo trattamento, che ci rituffa dolcemente nel grembo materno, è un delicato percorso alla riscoperta di noi stessi.
L’acqua è il nostro elemento primario: ci ricorda la nascita, i primi nove mesi della nostra vita in cui siamo cresciuti, protetti e sicuri, nel paradiso prenatale del ventre materno. Forse abbiamo perso il ricordo di questa immersione nel liquido amniotico o forse è rimasta, nascosta dentro di
noi, la nostalgia di quell’originario senso di beatitudine e di protezione, che può riaffiorare
dall’inconscio quando galleggiamo, in acqua tiepida e materna, tra le braccia di un watsuer – l’operatore di watsu – che ci culla, ci ascolta e si prende cura di noi. Si ritorna così a riprovare sensazioni ed emozioni del mondo prenatale: questo è il segreto, il potere e il piacere che una sessione di watsu ci può far rivivere e gustare. Il watsu (water shiatsu) è un trattamento per il benessere che viene svolto in acqua calda, meglio ancora se termale, a una temperatura ideale di 35°C.
Riunisce i benefici dello shiatsu a quelli dello stretching acquatico per sciogliere tensioni, liberare energia vitale e favorire stati di profondo relax e di abbandono fiducioso all’acqua e a chi sostiene il cliente.
Tra le braccia del watsuer
Nello shiatsu in acqua si lavora in coppia: l’operatore che dà watsu accoglie il ricevente tra le proprie braccia, sostenendolo in galleggiamento.
Poi lo culla e lo fa fluire nell’acqua con una sequenza di gesti e posizioni delicate che hanno nomi evocativi: culla del respiro, culla della testa e delle gambe, culla del cuore e dell’hara. Inoltre agisce con rotazioni delle gambe, con whirling (giri su se stesso che ricordano la danza Sufi ), stiramenti dei meridiani e pressioni su alcuni tsubo, ossia i punti utilizzati nelle sessioni di shiatsu.
Il watsu può creare uno stato di gran consapevolezza sia in chi dà sia in chi riceve questo dono. Al calore e all’amore dell’acqua, allora, si aprono, come dei fiori che sbocciano, cuore, mente e spirito in un clima di ascolto, fiducia e disponibilità.
Una danza acquatica
Il watsu è stato ideato trent’anni fa in California, nelle terme di Harbin Hot Spring, dal poeta e bodyworker californiano Harold Dull e si è diffuso in Italia quindici anni fa tra ostetriche, fisioterapisti e “birth educators”.
Le sessioni individuali si possono ricevere nelle piscine con vasca benessere, nei centri termali o nelle SPA. Il watsu è un trattamento di grande efficacia: in un’acqua che riunisce il potere della cura, dell’eros e della spiritualità ci si può rilassare profondamente potenziando l’ascolto del Sè, esaltando così una straordinaria consapevolezza somatica e la capacità di ascoltare i desideri e i bisogni vitali di noi stessi e delle altre persone. Il watsu è anche un “gioco” che stimola la mobilità e la creatività del corpo: il gioco del lasciarsi danzare nell’acqua, come farebbe un’onda marina, stimola la nostra sensitività e i movimenti autogeni del corpo, che si scioglie e si libera in un fluire appagante.
Danzare in acqua, così come ricevere watsu, è un processo di guarigione trasformativa che ci fa conoscere i livelli più profondi del nostro essere. Porta la coscienza a individuare quei conflitti emozionali che si accumulano nella muscolatura e nel nostro corpo-anima.
Un dolce risveglio dei sensi
Durante una sessione di watsu le “mani” dell’acqua e dell’operatore danzano sul corpo di chi riceve e, attraverso leggere pressioni e carezze, risvegliano i sensi e il proprio sentire.
Si possono allora unificare, come in un puzzle, le parti del corpo che si percepiscono silenti o separate, esaltando così la percezione della propria integrità corporea. Questo rendersi conto può attivare un processo di auto-guarigione e di altri cambiamenti positivi nelle relazioni con gli altri.
Il watsu, che dona sensazioni oceaniche di unità e di appartenenza all’acqua, è anche esplorazione del profondo e misterioso legame che a essa ci lega; è frontiera di ricerche per i prossimi acquanauti e per chi vorrà scoprire l’origine del nostro senso religioso che, come ci suggerisce Michel Odent, pioniere del parto in acqua, è «forse nell’universo di quando eravamo feti, immersi nel liquido amniotico».
Afferma ancora Odent: «Se analizziamo tutte le componenti che distinguono l’homo sapiens dagli altri primati, ciascuna di esse è il risultato dell’adattamento dell’uomo alle regioni costiere, al mare. Alla luce dell’attuale scenario scientifico possiamo affermare che l’uomo è assai più acquatico di molte altre specie. Per 4000 anni, filosofi e studiosi hanno discusso la natura dell’uomo senza considerare quanto radicati potessero essere i suoi legami con l’acqua. Ciò spiega molti aspetti comportamentali e molte delle nostre necessità. Inoltre spiega il potere che l’acqua può avere sull’essere umano in situazioni particolari.
In conclusione, se intendiamo studiare la natura dell’essere umano non possiamo prescindere dal fatto che è molto più acquatico di quanto siamo soliti pensare».
di Italo Bertolasi tratto da “L’Altra Medicina Magazine”
Per ulteriori informazioni www.watsu.it


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